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Sindrome dell'atleta
Contagia un palestrato su dieci e si manifesta con levatacce per non rinunciare alla corsa quotidiana, drammi se si perde una lezione di aerobica, lunghe sedute allo specchio per verificare eventuali "cedimenti". Una malattia moderna, questa "sindrome dell'atleta", questa fissazione per la forma e per l'allenamento fisico, riflesso di una società che continua a mettere al primo posto tra i valori la bellezza e la forma fisica, legandole a stereotipi idealizzati.
Lancia il preoccupante allarme Stefano Pallanti, direttore dell'Istituto di neuroscienze di Firenze, che ha avuto in cura numerosi pazienti afflitti dalla fitness-mania.
Secondo la sua esperienza, i "drogati" dello sport si concentrano nelle grandi città e sono per lo più maschi: "Ma tutti hanno il chiodo fisso di raggiungere modelli di perfezione fisica, anche a rischio della salute. Nelle donne, inoltre, c'è il mito del corpo ideale; mentre, nell'uomo, la mania può manifestarsi come una sorta di 'bigger-essia' (termine coniato per indicare il contrario dell'anoressia), che spinge ad attività di pesistica concentrata su uno o due gruppi muscolari. Così non si arriva a uno sviluppo armonico, ma ad uno a blocchi''.
La sindrome colpirebbe anche gli "sportivi a tutti i costi", quelli che non rinunciano a praticare un'attività sportiva anche quando le loro condizioni fisiche lo rendono sconsigliabile. Le conseguenze sulla personalità sono notevolmente evidenti: se non si riesce a tenere il ritmo, si diventa irritabili, impossibili da sopportare.
Questo fanatismo per lo sport può diventare pericoloso, al pari delle malattie psicologiche legate al cibo come anoressia e bulimia. In parallelo, invece di rifiutare il cibo, si pratica sport in maniera maniacale. ''In palestra, i 'maniaci' si riconoscono -conclude Pallanti - perchè stanno da soli: non cercano compagnia, ma se ne stanno per conto loro, concentrati sul loro allenamento''.
Istituto di neuroscienze di Firenze











